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LA RIFORMA IN VENETO, TRA PROPAGANDA E REALTA'

Di Francesca Bortot
C'era una volta una scuola. Con molte difficoltà si poteva definirla pubblica e uguale per tutti. Ora non si può più.
La riforma scolastica promossa dal governo Berlusconi nelle persone dei ministri Tremonti e Gelmini si basa su delle premesse non realistiche.
L'irrealizzabilità di questi progetti è dovuta di fatto al non potersi permettere economicamente una grossa manovra di riforma qualitativa della scuola, ammesso e non concesso che il vero obbiettivo del governo sia un reale incremento di qualità.
I provvedimenti ministeriali sono talmente poco sostenibili finanziariamente che l'Assessore alla Pubblica Istruzione della Regione Veneto Elena Donazzan si è vista costretta a prendere alcuni provvedimenti per porre un calmiere momentaneo agli effetti della riforma.
Per prima cosa verrà, così pare, stanziato un milione di euro per l'insegnamento della lingua italiana ai migranti e per il sostegno agli alunni diversamente abili. Si noti però come contemporaneamente verrà messo un tetto del 30% al numero di alunni stranieri per classe.
Delle due l'una: o quella del tetto massimo è una proposta razzista, volta soltanto a discriminare senza motivo – per la sola colpa di essere nati in un altro posto - alcuni bambini, mentre di fatto le risorse per aiutarli ci sarebbero, oppure effettivamente le risorse per l'inserimento positivo di questi alunni mancano.
Significa che persino l'Assessore Donazzan si rende conto che un milione di euro è una cifra irrisoria per garantire una didattica di qualità a quegli alunni che, vuoi per ragioni linguistiche, vuoi per altri motivi, si trovano a partire svantaggiati.
Il secondo provvedimento della Regione Veneto riguarda i Buoni Scuola: ne verrà aumentato il valore e il merito affiancherà il reddito nei criteri di assegnazione, senza distinzione tra scuole pubbliche e scuole paritarie.
Si ricordi che fino ad ora il Buono Scuola è stato assegnato non alle famiglie con un reddito realmente esiguo, ma a quelle che pagano più tasse scolastiche in rapporto al reddito, cioè alle famiglie che possono comunque permettersi di non mandare i propri figli in una scuola Pubblica.
È stato un'enorme presa in giro.
Se invece tra gli idonei per i Buoni Scuola dovessero ora rientrare anche gli alunni della scuola Pubblica, vorrebbe dire che i dirigenti Scolastici si sono visti costretti ad aumentare le tasse fino a raggiungere rette simili a quelle della scuola privata.
Questo, oltre che un attacco esplicito al diritto allo studio, è anche un fattore che innalzerà sicuramente il tasso di dispersione scolastica fino a livelli medioevali.
Uno dei parametri per l'assegnazione del buono scuola sarà anche poi la distanza casa/scuola, tenuta in conto vista la situazione problematicha di certe zone montane del Veneto.
Questa risoluzione andrebbe ad affiancarsi ad una deroga ai numeri minimi per la formazione delle classi in montagna, che il ministero vorrebbe fissati ai 30 alunni per classe.
Per prima cosa ciò evidenzia una sostanziale incapacità del Governo di tenere conto da solo delle peculiarità delle zone di montagna e delle piccole Isole – come se per assurdo l'Italia fosse per la maggior parte pianeggiante e con grandi metropoli – rendendo necessario l'intervento degli Enti Locali per garantire agli studenti di non dover fare più di due ore di pullman ogni mattina.
Come secondo elemento c'è il fatto che queste deroghe fino ad ora pare non valgano per i comuni capoluogo di provincia, anche se in zone montane.
Ci si trova quindi, per esempio, in una situazione in cui a Belluno, capoluogo delle Dolomiti, che ha un solo Liceo Scientifico, gli alunni in esubero dovranno fare un minimo di 40 km in più, rispetto al preventivato, per raggiungere il più vicino polo scolastico (sempre ammesso che vengano assegnati a quello più vicino).
Staremo a vedere se questi buoni scuola che verranno assegnati anche in base alla distanza dal polo scolastico di riferimento verranno assegnati a questi ragazzi.
In ogni caso sembra opportuno far notare che, durante un incontro avvenuto lo scorso anno scolastico, l'Assessore Donazzan si era impegnata di fronte ai ragazzi della Rete degli Studenti Medi Veneto ad iniziare una politica di potenziamento dei trasporti.
Sul modello di ciò che è già in atto in Emilia Romagna, erano state richieste grosse agevolazioni per gli studenti nella forma di un abbonamento unico regionale.
Questi impegni non sono stati mantenuti, nonostante non siano assolutamente sostituibili con l'inserimento del parametro distanza nei criteri per l'assegnazione dei Buoni Scuola.
Il terzo provvedimento risulta essere uno stanziamento di 800 mila euro per la cosiddetta Terza Area negli Istituti Professionali.
Questi finanziamenti andranno però a riguardare solo il quinto anno, mentre per gli altri bisognerà rivolgersi al Fondo Sociale Europeo, sempre ammesso che le nostre scuole riescano a vincerne i bandi.
Poi c'è da considerare che, se un milione di euro non risulta sufficiente per i corsi di italiano, figuriamoci come possono 800 mila euro bastare per tutto l'impianto della Terza Area, tenuto conto che è l'insegnamento più fortemente professionalizzante dei nostri Istituti.
In tutti questi provvedimenti si ravvisa una grande ipocrisia dell'assessorato, che spara cifre per dare un contentino agli studenti in protesta.
Sicuramente anche l'assessore Donazzan lo sa: sono stati tagliati 13 miliardi di euro agli enti locali con l'ultima finanziaria.
Questo provvedimento non renderebbe possibile, nemmeno se ce ne fosse la volontà, di garantire totalmente il diritto allo studio.
In ogni caso se la regione ha dovuto pensare alla risoluzione di queste problematiche, vuol dire che effettivamente la riforma non funziona, dal momento che le regioni devono supplire alle mancanze ministeriali.
Da studentessa veneta posso anche ritenermi fortunata, visto che la mia è una delle regioni più ricche d'Italia – non considerando quelle a statuto speciale e tralasciando il fatto che nemmeno in Veneto con la crisi la situazione è più così rosea – ma non posso fare a meno di pensare a che fine faranno gli studenti delle regioni che non si possono premettere nemmeno questo tipo di provvedimenti.
Come si farà dove il tasso di dispersione scolastica è già altissimo?
E come si farà dove i problemi maggiori delle scuole sono far si che non caschino sulle teste degli studenti?
A questi interrogativi il ministro Gelmini pare non avere risposte, e visto che non ne vuole fornire ci auguriamo utopicamente che si appresti ad ascoltare le nostre.
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NON SOLO SCUOLA
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FAME DI DIGNITA’
di Andrea Pittarello
E’ sempre stato fin troppo facile dare giudizi sui giovani, soprattutto se negativi.
Si guarda troppo spesso con diffidenza a quella generazione con l’i - pod nelle orecchie e li si chiama “bamboccioni”.
Ma se si decide di uscire da questa banalizzazione si scopre una realtà troppo spesso ben diversa.
In questi giorni ho aiutato i miei compagni ad organizzare il campeggio della Rete degli Studenti Medi.
“Rebelde Camp”, un nome tutto un programma, immerso nella maremma toscana, tra formazione sindacale e divertimento.
Prezzo ovviamente molto politico per 9 notti a fine luglio, intorno ai duecento euro tutto compreso. I partecipanti sono sempre di più, eppure sono potenzialmente di meno rispetto ai nostri militanti.
Casualmente domando a qualcuno perché non viene.
Mi risponde per prima Serena (tutti i nomi sono di fantasia), 16 anni: “Non vengo perché ho trovato lavoro proprio in quel periodo in un parco divertimenti come aiutante animatrice, mi dispiace”.
Le fa eco Alice, neodiplomata “centina” in un liceo artistico, “Vengo solo qualche giorno verso la fine, lavoro come cameriera stagionale a Trento.
Mi servono soldi per l’Università…”.
Poco diversa è la versione di Alberto, 16 anni: “Purtroppo mio padre è andato all’estero per lavoro e mia madre ha bisogno di aiuto per badare alla casa.
Puoi capire, che in questa situazione, poi, non si fidano a mandarmi in giro..”. E come dar loro torto? I recenti dati sono tragicamente espliciti.
La disoccupazione giovanile è quasi al 30 %, in netta crescita rispetto ad altri paesi europei.
L’Italia si avvicina troppo pericolosamente ai dati della Spagna, che piace soprattutto ai giovani ma non per lo stato di salute dell’economia.
La crisi picchia e le ricadute si fanno sentire sui padri ed in misura maggiore anche sui figli.
Anche Lella non verrà: “Ho trovato lavoro in un bar, farò solo qualche week end di relax al mare quest’anno”.
Non ce la fa anche se ha sempre lavorato durante l’anno (in nero) come aiutante in una pizzeria.
Le persone che mi hanno risposto sono di età piuttosto omogenea.
Abitano tutte nel “ricco” Nordest, tra le province di Padova e Verona.
Altro dato molto significativo è che su una ventina circa di giovani sentiti, 8 erano italiani e 12 “italiani di fatto”, ovvero ragazzi perfettamente integrati in usi e costumi (tanto da parlare il dialetto locale) ma ancora stranieri secondo la legislazione vigente.
Le difficoltà sono sentite soprattutto da questi ultimi e dalle rispettive famiglie, in quanto più giovani e senza la consolidata rete famigliare che hanno alle spalle (ma per quanto ancora?) le famiglie dei ragazzi italiani.
L’esempio più consono da riportare in questo senso è quello di Marco, sedicenne dell’est: “Vado a fare l’animatore a Jesolo per i mesi estivi, voglio mettere da parte qualcosa magari per riparare il computer.
Sai, da quando è arrivato il fratellino le spese sono aumentate.
Mi dispiace, sarà per un’altra volta”.
Altro esempio significativo è quello di Sonia, diciottenne studente di psicopedagogia, che “Vado a fare l’animatrice in Trentino per tre settimane. Non lo faccio per i soldi, ma per fare esperienza.
Ci credi se ti dico che a fine anno la scuola non mi ha passato nessun contatto di luoghi dove fare pratica come ad esempio gli asili?”.
Sono giovani che hanno perso fiducia anche nella scuola e nei suoi sistemi di orientamento e di accompagnamento verso il mondo del lavoro, lunghi, farraginosi ed incompleti.
In poche parole “che non servono a nulla” e li costringono ad arrangiarsi nella giungla del mondo del lavoro.
Una giungla che incontrano sempre più presto e che non riescono a sostenere andando spesso ad alimentare l’economia sommersa, dove si è senza diritti.
Il fenomeno coinvolge sempre più studenti.
La stessa persona che scrive questo pezzo ha conosciuto e conosce la realtà di cui parla.
Ha lavorato nei più disparati ambienti sempre in “nero” e si riconosce nella realtà che vivono i suoi compagni delle diverse scuole.
Il fenomeno non è figlio di nessuno, ma figlio di un atteggiamento di disaffezione verso le giovani generazioni.
I giovani sono visti troppo spesso come un problema di alcolismo e degrado che come menti capaci su cui investire, oltre che eredi della società in cui vivono.
A ciò si aggiungono poi le altre situazioni di difficoltà nel nostro paese, come i tagli alla scuola, alla cultura ed all’assistenza sociale.
Tutto ciò rende le persone più diseguali e le fa diventare più povere, sia economicamente che culturalmente.
La situazione allo stato attuale non può avere futuro.
Quale società può uscire se non si investe sui giovani?
Tocca principalmente alla classe politica invertire la rotta.
I politici e le istituzioni devono sentirsi obbligate a raccogliere i problemi dei giovani ed a cercare una soluzione.
Ma non è solo dei politici la responsabilità del risanamento della situazione.
Tutte le classi sociali devono sentirsi obbligate a rispondere di questo problema.
In special modo le classi più ricche, i dirigenti imprenditoriali.
Gli imprenditori devono investire su progetti di formazione dei giovani,come se si trattassedi investimenti per migliorare le loro aziende.
Ad investire sui giovani ci si guadagna molto più che a compiere speculazioni di breve termine e costruite sulla carta.
Il capitale umano è il più redditizio perché è qualcosa di certo ed è la base per lo sviluppo anche economico della società.
Sono discorsi già conosciuti ed apprezzati, ma rimasti sulla carta fino ad oggi.
E’ una grave miopia questa, da parte della classe imprenditoriale.
Perché la situazione in fondo non è irreversibile.
I giovani non hanno sete di vendetta.
Hanno fame di dignità.
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SOLIDARIETA' STUDENTESCA
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ALTO ADIGE - SUD TIROLO: TERRA DI INCONTRO NON DI SCONTRO
Di Martina Zaninelli
L'Alto Adige - Sudtirolo, per la sua particolarità, dovrebbe rappresentare un esempio di convivenza pacifica e di interculturalità, ma ciò non è.
Viviamo in una terra nella quale si continua a parlare di bilinguismo, di conoscenza delle lingue e di integrazione, ma è evidente che ci troviamo in una situazione di semi-immobilismo; la divisione tra cultura italiana, tedesca e ladina sembra non mutare da anni, nonostante sia tema di dibattito da altrettanti anni.
Ci troviamo, sempre più spesso, di fronte ad eventi che promuovono la tutela della madrelingua come sinonimo di identità o che hanno come slogan frasi che indicano un chiaro riferimento dal quale staccarsi, non indicando a cosa si vuole approdare.
Ci viene proposto, in piani programmatici e politici, un discorso sul futuro nel quale si ignorano i nostri conterranei, ritenendosi padroni di questa terra, dimenticandosi però che prima di tutto il Sudtirolo - Alto Adige non è né Italiano, né Austriaco, né Trentino, né Tirolese, ma solo ed esclusivamente della gente che ci vive, che a grande maggioranza non vuole più spartizioni tra un gruppo e l'altro, ma il superamento delle frontiere e l'avvio di un nuovo modo di pensare.
Da anni ci si presenta quotidianamente il problema della convivenze e della lingua, ma quello che viene fatto è poco e quel poco che viene fatto non trova l'interesse e il coinvolgimento della popolazione.
Il problema della convivenza, ed è inutile negare che non sia un problema, non può venir risolto dall'alto, ma deve coinvolgere e vedere come protagonisti i cittadini del Sudtirolo - Alto Adige.
Solo conoscendo e comprendendo gli altri, i loro problemi e le loro esigenze, avendo dei presupposti comuni (la conoscenza reciproca della storia, dell'economia, della geografia...) si può risolvere il problema della convivenza.
L'ostinata difesa della propria identità si può, in parte, ricondurre all'assenza di un'identità alternativa, nella quale si possano identificare tutti indiscriminatamente; sviluppare un senso di appartenenza comunitario, un "noi", che non abbia come punto di riferimento una lingua e una cultura ben precisa.
La scuola, che in Sudtirolo, più che in qualsiasi altro luogo dovrebbe essere luogo di incontro e di scambio, costituisce l'ennesimo elemento della «società a "doppi sportelli"». Una società nella quale tutto è diviso: italiani e tedeschi devono rivolgersi a "sportelli" differenti, devono frequentare istituzione e scuole differenti.
Asili, elementari, scuole medie e superiori non sono solamente divise per la lingua principale di insegnamento, ma anche gli edifici distano gli uni dagli altri e laddove manca questa distanza fisica, gli insegnanti sono ben attenti ad impedire qualsiasi contatto.
Dovrebbe essere proprio la scuola, popolata di ndividui giovani, allegri, pieni di voglia di imparare e ancora lontani dai pregiudizi a costituire il primo luogo di contatto tra le tante culture esistenti nella provincia di Bolzano.
Crescere una popolazione non multilingue, ma in grado di capire almeno la lingua degli altri, senza la necessità di traduzione, costituirebbe già un primo passo, quello del bilinguismo passivo; un passo verso una popolazione mutlingue e mutliculturale.
È già stato fatto un tentativo: lo scambio durante il quarto anno delle superiori in una scuola di madrelingua diversa; ma è ancora troppo poco.
C'è il bisogno di iniziare ad avere luoghi unici di formazione per entrambi i gruppi linguistici: edifici unici, cortili unici, laboratori unici, palestre uniche, aule magne uniche, aule di studio uniche, alcune lezione miste, magari quelle riguardanti strettamente la storia della provincia, per conoscere più a fondo la storia della propria terra e capire l'origine dei disagi.
Solo conoscendosi e frequentandosi è possibile eliminare i pregiudizi e costruire insieme, a partire dagli studenti, un futuro bilingue e multiculturale, che renda possibile una vita migliore per tutti, sia esso in Alto Adige-Suditrolo, in altre terre di confine o in generale in tutta l'Italia.
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NON SOLO SCUOLA
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