Fame di dignità
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                                        FAME DI DIGNITA’



 



di Andrea Pittarello


E’ sempre stato fin troppo facile dare giudizi sui giovani, soprattutto se negativi.

Si guarda troppo spesso con diffidenza a quella generazione con l’i - pod nelle orecchie e li si chiama “bamboccioni”.

Ma se si decide di uscire da questa banalizzazione si scopre una realtà troppo spesso ben diversa.

In questi giorni ho aiutato i miei compagni ad organizzare il campeggio della Rete degli Studenti Medi.

“Rebelde Camp”, un nome tutto un programma, immerso nella maremma toscana, tra formazione sindacale e divertimento.

Prezzo ovviamente molto politico per 9 notti a fine luglio, intorno ai duecento euro tutto compreso. I partecipanti sono sempre di più, eppure sono potenzialmente di meno rispetto ai nostri militanti.

Casualmente domando a qualcuno perché non viene.

Mi risponde per prima Serena (tutti i nomi sono di fantasia), 16 anni: “Non vengo perché ho trovato lavoro proprio in quel periodo in un parco divertimenti come aiutante animatrice, mi dispiace”.

Le fa eco Alice, neodiplomata “centina” in un liceo artistico, “Vengo solo qualche giorno verso la fine, lavoro come cameriera stagionale a Trento.

Mi servono soldi per l’Università…”.

Poco diversa è la versione di Alberto, 16 anni: “Purtroppo mio padre è andato all’estero per lavoro e mia madre ha bisogno di aiuto per badare alla casa.

Puoi capire, che in questa situazione, poi, non si fidano a mandarmi in giro..”. E come dar loro torto? I recenti dati sono tragicamente espliciti.

La disoccupazione giovanile è quasi al 30 %, in netta crescita rispetto ad altri paesi europei.

L’Italia si avvicina troppo pericolosamente ai dati della Spagna, che piace soprattutto ai giovani ma non per lo stato di salute dell’economia.

La crisi picchia e le ricadute si fanno sentire sui padri ed in misura maggiore anche sui figli.

Anche Lella non verrà: “Ho trovato lavoro in un bar, farò solo qualche week end di relax al mare quest’anno”.

Non ce la fa anche se ha sempre lavorato durante l’anno (in nero) come aiutante in una pizzeria.

Le persone che mi hanno risposto sono di età piuttosto omogenea.

Abitano tutte nel “ricco” Nordest, tra le province di Padova e Verona.

Altro dato molto significativo è che su una ventina circa di giovani sentiti, 8 erano italiani e 12 “italiani di fatto”, ovvero ragazzi perfettamente integrati in usi e costumi (tanto da parlare il dialetto locale) ma ancora stranieri secondo la legislazione vigente.

Le difficoltà sono sentite soprattutto da questi ultimi e dalle rispettive famiglie, in quanto più giovani e senza la consolidata rete famigliare che hanno alle spalle (ma per quanto ancora?) le famiglie dei ragazzi italiani.

L’esempio più consono da riportare in questo senso è quello di Marco, sedicenne dell’est: “Vado a fare l’animatore a Jesolo per i mesi estivi, voglio mettere da parte qualcosa magari per riparare il computer.

Sai, da quando è arrivato il fratellino le spese sono aumentate.

Mi dispiace, sarà per un’altra volta”.

Altro esempio significativo è quello di Sonia, diciottenne studente di psicopedagogia, che “Vado a fare l’animatrice in Trentino per tre settimane. Non lo faccio per i soldi, ma per fare esperienza.

Ci credi se ti dico che a fine anno la scuola non mi ha passato nessun contatto di luoghi dove fare pratica come ad esempio gli asili?”.

Sono giovani che hanno perso fiducia anche nella scuola e nei suoi sistemi di orientamento e di accompagnamento verso il mondo del lavoro, lunghi, farraginosi ed incompleti.

In poche parole “che non servono a nulla” e li costringono ad arrangiarsi nella giungla del mondo del lavoro.

Una giungla che incontrano sempre più presto e che non riescono a sostenere andando spesso ad alimentare l’economia sommersa, dove si è senza diritti.

Il fenomeno coinvolge sempre più studenti.

La stessa persona che scrive questo pezzo ha conosciuto e conosce la realtà di cui parla.

Ha lavorato nei più disparati ambienti sempre in “nero” e si riconosce nella realtà che vivono i suoi compagni delle diverse scuole.

Il fenomeno non è figlio di nessuno, ma figlio di un atteggiamento di disaffezione verso le giovani generazioni.

I giovani sono visti troppo spesso come un problema di alcolismo e degrado che come menti capaci su cui investire, oltre che eredi della società in cui vivono.

A ciò si aggiungono poi le altre situazioni di difficoltà nel nostro paese, come i tagli alla scuola, alla cultura ed all’assistenza sociale.

Tutto ciò rende le persone più diseguali e le fa diventare più povere, sia economicamente che culturalmente.

La situazione allo stato attuale non può avere futuro.

Quale società può uscire se non si investe sui giovani?

Tocca principalmente alla classe politica invertire la rotta.

I politici e le istituzioni devono sentirsi obbligate a raccogliere i problemi dei giovani ed a cercare una soluzione.

Ma non è solo dei politici la responsabilità del risanamento della situazione.

Tutte le classi sociali devono sentirsi obbligate a rispondere di questo problema.

In special modo le classi più ricche, i dirigenti imprenditoriali.

Gli imprenditori devono investire su progetti di formazione dei giovani,come se si trattassedi investimenti per migliorare le loro aziende.

Ad investire sui giovani ci si guadagna molto più che a compiere speculazioni di breve termine e costruite sulla carta.

Il capitale umano è il più redditizio perché è qualcosa di certo ed è la base per lo sviluppo anche economico della società.

Sono discorsi già conosciuti ed apprezzati, ma rimasti sulla carta fino ad oggi.

E’ una grave miopia questa, da parte della classe imprenditoriale.

Perché la situazione in fondo non è irreversibile.

I giovani non hanno sete di vendetta.

Hanno fame di dignità.

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